Se c’è una cosa brutta da vedere sono gli annunci mortuari, ma se c’è una cosa ancor più brutta sono gli annunci mortuari in stile artistico. Ultimamente ne ho visti alcuni terribili: con la foto del defunto a destra e la croce con un tramonto romantico a destra. Giuro, è troppo trash, da far accapponare la pelle, primo perché i tramonti sono tanto belli e abbinarli a un decesso è uno storpiamento pazzesco; secondo perché la morte non è per nulla romantica, non ha tramonti, musichette melodiose o alette angeliche. Se dipendesse da me non metterei nemmeno le foto o le tante parole. Solo un “Ciao!”. Invece no, anche di fronte alla morte bisogna apparire, bisogna segnare il territorio come dei cani piscioni per dire “io ci sono!” e, allora, ecco arrivare l’elenco scritto di tutti i parenti che salutano il trapassato con affetto e amore, quando poi –e diciamolo!- non se l’erano cagato di pezza in vita,ma si sa, a noi interessa solo che gli altri pensino che noi siamo buoni, altruisti e affettuosi.
Perciò non me ne vogliate se dico che quando morirò voglio che mi si getti da qualche parte, senza parole inutili, tramonti ridicoli o riti ipocriti. Fatemi a pezzi, fate di me cibo per porci, bruciatemi, lasciatemi marcire in una fossa comune, ma che nessuno mi offra una bara, un cimitero, un prete e una didascalia o, peggio, mi dica a posteriori quanto bene mi voleva.
E i tramonti post mortem ficcateveli in culo.
Lo dimostrano certe trasmissioni che noi amiamo guardare, certi giornali che compriamo con quelle facce da culo in copertina e dell’importanza che siamo noi a dare a queste persone.
E’ morto il mio piccolo criceto, dopo due anni e mezzo di corse sulla ruota rosa, di sacche piene di cibo, di cagatine e di corse su per i tubi colorati della gabbia. Al mattino, appena sentiva i miei passi, si affacciava col suo bel musetto bicolore e mi mandava i bacini. No, veramente ero io a mandarglieli ma lui –ne sono certa!- li aspettava. L’ho trovato letteralmente stecchito, ma erano giorni che era stanco, che non correva più e la veterinaria aveva sentenziato che era vecchio e che, purtroppo, nemmeno per i criceti esiste la pillola dell’eternità.
Oggi pomeriggio c’è stata l’operazione del seppellimento, al fianco di un bel pino, avvolto nella sua tenera ed amata ovatta. Niente scatola per il mio cricetino: l’ho lasciato libero di andarsene da sottoterra. Nella mia mente penso che, magari, resuscita, si innamora di una talpa e se ne va via, insieme a lei. Una scatola lo avrebbe ammazzato per sempre.
Ho pianto, perché se non piangi per il tuo caro cricetino allora –vaffanculo!- non sai piangere nemmeno per le cose più grandi e, credimi, non è il contrario.
Ora c’è il suo spazio vuoto sul mobile del soggiorno e non so proprio come riempirlo. Credo che lo lascerò vuoto per sempre, perché le sostituzioni, a me, non sono mai piaciute.
Era così bello ricordare e immaginare la nostra ministra Carfagna con le tette appoggiate alla rete dei pescatori o con le gambe scosciate di fronte alle donne di paese in posa per il suo calendario. Ed era bellissimo vedere il suo mutamento elegante con i suoi tailleur e il suo nuovo taglio di capelli: elegantemente austera e, proprio per questo, ancor più sexy.
Ora, a causa della Sabina Guzzanti (cattiva! Cattiva e cattiva!) e delle intercettazioni volate, non si sa come, in Argentina, non potremo più immaginarla così, con la sua espressione sexy-ammiccante, con il suo corpo praticamente perfetto, con la sua eleganza conquistata. Su, diciamo la verità: dopo le esternazioni della Guzzanti, quando vedremo o sentiremo la Carfagna, la immagineremo attaccata al pipino (forse pipone per l’effetto bassezza-lunghezza) di Berlusconi e proveremo un brivido di repulsione.
“Ti amo” è una frase abusata e lo sanno tutti o quasi tutti. Sì, insomma, lo sanno quelli che comprendono cosa sia un abuso di tal genere. Potrei usare anche altre voci come sfruttata, svenduta, ecc., ecc., ma se adesso mi mettessi a fare un elenco dei vari sinonimi mi ritroverei con le dita dei piedi attorcigliate su per il naso (sì, sono snodata!).
Detto questo e detto con parsimoniosa brevità, ho la prova insindacabile di quanto l’amore, oggi, sia diventato un sentimento in saldo, una questione di abitudine, di sapore insipido, di meccanicità stitica.
Prendi un cellulare, uno qualsiasi, di qualsiasi marca, dall’anno 2000 in su e scoprirai che tra i modelli di sms, ovvero tra quei messaggi preconfezionati, da inviare senza digitare nulla, evitando qualsiasi fatica cerebrale e tattile esiste “Ti amo!” e “Ti amo anche io!” . Il punto esclamativo, poi, la dice lunga: è la ciliegina sulla torta, la riprova che chi ti ama, usa un modello pre-fatto e ti sta cucinando con un forno a microonde anziché con la passione.
Chiedigli di amarti senza punto esclamativo, dunque!
Ma lo sai (lo sai, lo sai, lo sai?) che anche qui c’è il mare?

Chissà se qualcuno conosce veramente il significato di inseguimento a catena. Chissà se qualcuno ha mai rischiato la pelle per un inseguimento del genere. Io sì.
Prendi due cani (i tuoi), mettiti nel mezzo, prendine altri due (non tuoi) che vogliono sbranare i primi e il significato pericolosissimo inizierà a prendere corpo.
Poi pensa al detto “Non scappare mai quando ti trovi di fronte a qualche cane incazzato, ma rimani fermo, immobile, quasi impassibile” e rendendoti conto che, poiché moriresti comunque sbranata, la fuga potrebbe darti una possibilità in più, decidi di dartela a gambe [sì, lo so, è complicato da capire e da scrivere].
Me la sono data a gambe, con le gambe che facevano giacomogiacomo, con i miei cani in prima linea verso la fuga, per non so quale legge innaturale, con gli altri due imbestialiti coi denti che digrignavano così tanto da far tremare il sottosuolo.
Me la sono vista proprio brutta, correndo affannata, impaurita e disperata, raccoglievo sassi e li lanciavo alle mie spalle, con la speranza di colpire i due mostri neri. Trecento metri di terrore puro, con il cuore che mi esplodeva nel petto, i capelli che si drizzavano in testa in una festosa mossa elettrostatica e un pensiero “Ora mi bucano le chiappe!”.
Poi un fischio, fermo e deciso e tutto si blocca, tutto torna alla normalità. Sbuca uno, il padrone dei due cani, un fattone psicopatico che s’è gustato tutta la scena e che ha deciso non farmi morire. Gli miro i coglioni con un sasso che mi era rimasto tra le mani e lo faccio barcollare con la mano tra le gambe, finendolo con parolacce irripetibili.
Questo è l’inseguimento a catena, una tragicomica che ti segna per sempre, che ti affloscia lineamenti e tette (se ne hai) gettandoti in una menopausa anticipata.
So già, infatti, che questo mese mi salterà il ciclo e sprecherò un test di gravidanza a causa dell’inseguimento a catena.
Questo post lo dedico a lei, alla maestra delle elementari di mia figlia.
A lei che diceva che mia figlia non sapeva strutturare una frase e che quando le dicevo che si trattava di timidezza lei mi rispondeva di no.
A lei che affermava che, poiché mia figlia scriveva con la testa reclinata verso destra, era in ritardo con la crescita mentale.
A lei che, quando le dicevo che mia figlia si sentiva sottovalutata e questo le creava, di rimando, molti complessi che la facevano ancor più chiudere in sé stessa, non mi ascoltava.
A lei che all’ingresso alla prima media ha presentato mia figlia come un’alunna con molti problemi che avrebbe avuto bisogno di un insegnante di sostegno.
A lei dico che mia figlia non ha mai avuto bisogno dell’insegnante di sostegno, non ha mai avuto un’insufficienza, è andata spedita per i suoi tre anni con la media del buono/distinto con un commento finale che la rappresenta come una ragazza equilibrata, sicura di sé, serena e intelligente e che, ieri, all’esame di terza media è uscita con l’ottimo.
A lei, adesso, ribadisco quello che le dissi anni fa: vada a farsi le sue pippe tra i pascoli e lasci stare il suo insegnamento psicologico-sfigato-pedagogico. Questa volta, però, glielo dico con più soddisfazione, perché i fatti parlano da soli e le danno torto marcio.
Infine a lei dedico un sano e rigoroso vaffanculo, con la speranza di poterla incontrare presto per strada e dirle tutto a voce.
Una poesia è una poesia. Punto. O ti piace o non ti piace. O ti crea un’emozione o ti crea il nulla assoluto. O ti annoia o ti diverte. Una poesia, in quanto soggettiva, deve sempre essere imperfetta, con la stessa imperfezione di chi la scrive. Tu, questo, devi proprio mettertelo in testa (e un pochino in culo). Se incominci ad esaminarla riga dopo riga, lettera dopo lettera fai un errore madornale, talmente madornale da giocarti, catastroficamente, il titolo di critico.
Ora ti spiego che se vai a leggere una poesia con la lente di ingrandimento ti perderai l’essenza vera dei versi, ti perdi la sensazione che dovresti sentire, positiva o negativa. Insomma, ti inculi l’attimo, non so se mi spiego.
E’ un po’ come se io ti venissi a veder pisciare sulla neve, filmassi il tuo atto e, poi, secondo dopo secondo facessi l’autopsia dei tuoi gesti. Mi perderei la tua essenza, lo capisci? Mi perderei la nuvola di fumo della tua urina che cade sulla neve. Comprendi?
Se ora tu mi chiedessi se una poesia è come una pisciata, ti risponderei proprio di sì: calda, improvvisa, breve, rilassante, a volte dolorosa come una cistite, quindi vedi di evitare di fare l’acculturato di ‘sto cazzo.
L’ultimo playboy d’oro, alias Briatore, s’è sposato (così titolava il tg 1). Una notizia così ha un suo perché, perché vedendo, quasi obbligatoriamente, le immagini dei vip, Berlusconi e Fede compresi e abbinati, alcuni perché ti assalgono nella mente.
Perché se Briatore porta le pantofole felpate (leggasi ciavatte) dei contadini altoatesini fa chic, mentre se le porta Antonio di Bari si pensa che ha i piedi fottuti e stravolti dai gonfiori della vecchiaia?
Perché se la Ventura indossa un vestito giallo-se-ti-vedo-ti-sparo si pensa a una nuova tendenza di colore, mentre se lo indossa Assunta di Iesolo si pensa a un tordo inverniciato?
Perché quando Valeria Marini indossa un vestito stile confetto rosa nessuno ha il coraggio di dirle che la cucitura in mezzo che funge da sparti-chiappe è oscena, tanto da far pensare che, per il suo culo in 3D, la stoffa non è bastata?
Perché i vari lifting di Fede rendono ogni sua espressione, anche la più allegra, pari a un grugnito incazzato di cinghiale?
Avere a che fare con una figlia adolescente è un bel guaio, anzi no: è un brutto guaio. Sembra di entrare in un mondo pieno di segreti e di gusti opposti, praticamente una guerra continua. A me piace il bianco e a lei, per ripicca, piace il nero. Lei ora ascolta Marco Carta e la Breatney a tutto andare e, quando le dico “ma basta con ‘sta musica!” mia figlia mi risponde acida, come latticino al sole da giorni, che di musica non ci capisco un cazzo. E dice proprio “cazzo”, come uno scaricatore di porto. Sentire uscire cazzi dalla bocca di mia figlia mi fa un brutto effetto, abituata a sentirla parlare di roselline e di margheritine on the road.
Messaggia alla velocità della luce ed è talmente brava che riesce a farlo senza guardare la tastiera. Prima o poi le si staccheranno le dita delle mani, lo sento.
E’ disordinata, talmente disordinata che quando entro in camera sua mi si drizzano i capelli e mi si colorano di mille colori dal trauma e più le dico di essere ordinata e più lei, sfidandomi, mi fa trovare i resti della guerra punica.
Un tempo si confidava, ricordo le nostre grandi chiacchierate a tavola o nel lettone, oggi si limita a dire “fatti i cazzi tuoi” e –toh- ridice cazzo e se provo a parlarle dei fatti miei per coinvolgerla, per instaurare un abbozzo di dialogo, mi spara un “Non me ne frega un cazzo” e- ritoh- ri-ridice cazzo.
Vivo nei cazzi di mia figlia, dovendo farmi i cazzi miei e stando attenta a non farmi i cazzi suoi.
La voglia di tirarle una mazzata è forte, ma mi trattengo, perché sembra che sia controproducente. Provo con i castighi con il metodo ad ogni azione esiste una reazione letta e riletta su quei trattati psicologici di mega personaggi specializzati nell’adolescenza. Niente, non funziona. Provo con la dolcezza, come mi consigliano amici, mamme, zie, cugine anch’esse protesi verso il dialogo ad ogni costo stile peace and love.
Sì, dolcezza. Peace and love. Mia figlia mi dice “Fatti i cazzi tuoi!” e io dolcemente devo annuire e comprendere. Sì. Peace & love, 4ever.
Se avessi detto “Fatti i cazzi tuoi” a mio padre, quello mi avrebbe spedita su Marte con un calcio in culo.
Le provo tutte, veramente tutte e la situazione peggiora. Così una mattina decido di diventare preistorica e di sbattermene del dialogo, della dolcezza e di tutti i contorni moderni a stampo psicologico-buonista. Basta.
Le chiedo amorevolmente “Come è andata a scuola?” e lei “Cazzi miei!”.
Dolcemente la mia mano si libra sul suo viso e- boooommmm- prendo in pieno la sua guancia. Lei mi guarda traumatizzata. Le richiedo “Come è andata a scuola?” e lei “Bene!”.
Mettiamola così: il nuovo casco di Valentino Rossi fa impressione. Se lo vedi correre e non sai della novità rischi l’infarto pensando che gli si sia staccata la testa, all’improvviso.

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