Quando si tocca con piede l’Iraq, si nota subito che la padrona assoluta di quel Paese è la polvere. T’avvolge con un benvenuto tutto suo, senza tanti fronzoli, senza troppi preamboli, senza tanti merletti, scucendoti da dosso ogni colore. Si piazza avanti al viso, incrocia le mani, tocca i vestiti, si intrufola tra i capelli e dice “Sono io la padrona, qui” e lo dice tranquillamente, senza apparenti imposizioni. Andando avanti nelle ore e nei giorni, ti rendi conto che è qualcosa di più di una semplice padrona. Sì, è qualcosa di più. E’ una violenza lenta e costante che non si stanca mai, nemmeno a sera e all’alba: nel risveglio e nel sonno è sempre accanto a te, senza rumori.
Nella follia di quei giorni arrivai a pensare addirittura che essa fosse un dio che decide, magari da una postazione ovattata e comoda, come un dio greco e me l’immagino, ancora adesso, un po’ beffarda con miliardi di fili da muovere e, in me, si rannida, anche oggi, una sola paura: che essa possa toccare il filo della mia vita, spezzandolo d’odio e di rancore.
La polvere gioca e fa gioco sporco. Come un lenzuolo stirato copre le strade ma si appropria di ogni orma, facendo del mio passaggio, un passaggio di una bestia qualsiasi e, guardandomi indietro, quando ci riuscivo, vedevo la mia ombra trasformarsi in quella di un vecchio coccodrillo che piange e sorride. Qui siamo tutte bestie, per lei. Siamo giocattolini animati e senz’anima. Si prende, con ardore e decisione grottesca, anche le maniglie di ogni porta e, aprendone una, una qualsiasi, la sentii pungermi lasciandomi comparire una goccia di sangue sulla mia mano sudata e indebolita. Girando la testa, in cerca di altri sguardi, mi accorsi che ero l’unica a stupirmi e impressionarmi di quel colore rosso vivo che scivolava verso il polso. Lì tutti hanno le mani talmente rosse ed arrossate che non s’accorgono più della differenza tra sangue e pelle bruciata. Nemmeno l’odore riconoscono più. Nascosi la mia mano in tasca e là, nel garbo del tessuto, trovai altra polvere. Quel pulviscolo maledetto si insinuava anche dentro la mia disperazione, soffocandola.
“Maledetta!” urlava la mia mente, nel silenzio del silenzio sciabolato dal massacro che vedevo e che non volevo vedere. Urlava e urlava fino allo stremo ma nessuno ascoltava. Nessuno, lì, ha più udito.
La polvere dell’Iraq schiaccia e schiaccia malamente, ma lo fa con una sanguinaria leggerezza. Schiaccia il cuore, lo schiaccia forte fino a fare del cuore una piccola pietruzza che batte le sue piccole schegge nelle lacrime della sopravvivenza, che gocciola sopra qualche strada nascosta , insieme a qualche urlo che ti penetra come una spada rovente fino a tramortire l’ultimo ciuffo di purezza che il tuo animo tenta, difficoltosamente, di difendere. Non c’è tutela o difesa che tengano.
Ma non muori. La polvere non ti uccide, no. Morire di polvere sarebbe facile. Ti sfida biecamente, soffiando subdolamente accanto al vento, facendo del vento uno dei suoi tanti schiavi.
La polvere si intrufola e lo fa con furbizia. Si infila in tutti gli angoli degli occhi dei bambini che lacrimano affanni e insidie, a volte li spinge giù, a terra, senza pietà e se li mangia con una tale lenta ingordigia da farli sembrare dei pupazzi rassegnati che, alla vita, non danno più alcun senso. Ne ho sentito l’odore fin dentro il neurone più nascosto del mio cervello e non ho potuto tentare nemmeno di cacciare via, l’ olezzo di devastazione. Esso è ancora qui, tra le dita, nei pensieri, dentro il mio povero animo compromesso, insieme a tutti gli animi compromessi di quel girone di polvere e fiamme che hanno una sola speranza: la pioggia ma pioggia non c’è.

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