Se avessi potuto non t’avrei fatta andare via. Avrei voluto trascorrere con te tante albe ancora a mirare la strada deserta che a volte ci riscaldava, altre ci assiderava. Avrei voluto uscire e rientrare a casa con te almeno altre diecimila volte, sai? Insieme a te avevo le ali ai piedi e al cuore, perché mi bastò uno sguardo, dieci anni fa, per non sentirmi più piena di tristezza. Mi salvasti dal male di vivere. Io, purtroppo, non sono riuscita a salvare te. Ti salvo nel mio cuore, ti tengo stretta alla mia mente come un raggio di sole e nessuno ti porterà più via da me.
Stamattina ero in macchina ad aspettare il treno delle 11.23 . Pioveva così tanto che l’acqua cigolava sui miei vetri. Distratta e un po’ svogliata ascoltavo “Viva la vida”. Avevo, per così dire, la testa per i cazzi miei. Poi ho visto arrivare due ragazzi, uno con la valigia e uno zaino. “Ciao Vito” ha detto uno all’altro e, a due passi dalla mia macchina, si sono baciati sulle labbra tra l’appassionato e il tenero. Ora, qui, potrei dire di aver visto due gay baciarsi. Invece ho visto semplicemente amore, tenerezza e delicatezza infinita. E voglio aggiungere – e me lo si permetta!- che dove c’è sentimento non c’è eterosessualità o omosessualità: le etichette cadono e, insieme alla pioggia, fanno cigolare i cuori puri.
Non è che io avessi chissà quali ambizioni, ieri. Volevo solo comprarmi una macchinetta per il caffé in un grande negozio di casalinghi. Mi sono ritrovata tra gli scaffali delle insalatiere e mi sono invaghita di una ciotola a forma di foglia di lattuga. Era giù, in basso, nascosta nell’eleganza del vetro. Mi sono abbassata e le ho teso la mano. L’ho afferrata come afferro le mie idee un po’ rabbiose e istintive e l’ho trascinata via da quelle ciotole nobili.
A quel punto è scattata in me la voglia di salvare i dimenticati, i troppo colorati, i meno candidi, gli impolverati, i cestinati e, così, mi sono portata via un porcellino - salvadanaio con le oche disegnate, un porta biscotti a forma di canederlo, un posacenere a forma di scarpa fetish e un termos blu notte a forma di pallone.
L’emozione mi ha scorticata viva. Mi è sembrato di illuminare tutte quelle cose dimenticate in quei tetri scaffali. La sparo grossa, ma mi sono sentita come un voltaire dell’oggettistica.
Mi mancano troppe persone: mamma, papà, mio fratello e “lui”, l’amore mio. E’ questo il groviglio che, ogni tanto, mi ammazza interiormente. Hai voglia a dire che sono incostante, che vado giù mentre mezz’ora prima ero su, che sono lunatica e cose del genere. Insomma, se me lo dici non cambio. Ecco. Se bastasse solo questo credi che mi sbatterei, di tanto in tanto, di lexotan? E’ che a me basta un niente per andare in crisi, mi basta una scintilla per prendere fuoco.
Giorni fa, ad esempio, ero in macchina con Laura. Al semaforo, mentre eravamo bloccate a un semaforo, quella mi fa: “Uh, aspetta, ché chiamo mamma. Le devo chiedere la ricetta delle orecchiette. Non me la ricordo mai!”. L’ho guardata e le ho visto la gioia negli occhi, poi l’ho sentita scherzare con sua madre e io ho sentito un vuoto immenso dalla gola allo stomaco, una specie di peso improvviso che mi toglieva l’energia con la quale mi ero svegliata al mattino. Che ci posso fare se in quel momento avrei voluto essere al posto suo? Che ci posso fare?
Non le ho mai potuto chiedere una ricetta. Non ne ho avuto il tempo. Lei era brava a preparare la parmigiana di melanzane. Insuperabile! La mia non viene così buona e, adesso, vorrei poterla telefonare per chiederle “Mamma, dai, dimmi il segreto della tua parmigiana. Dai, dai, mami!”.
Poi, mentre vado giù, mi tocca pure ascoltare, per errore, chi dice che il tempo allevia la nostalgia verso chi non hai più. Balle. Sì, balle. Dillo a me che sento ancora una mancanza straziante. Dille a me queste puttanate.
Ciò che più mi abbatte è che la parte della figlia l’ho fatta talmente poco che mi sembra di non essere stata figlia mai. E se lo sono stata me lo ricordo poco, troppo poco. Invece sono diventata madre troppo presto e, adesso, faccio su certi casini…
Però, nonostante qualche scofanata di percorso, sto tirando su una brava ragazza. Ora devo imparare a fare una parmigiana eccezionale, perché tra qualche anno voglio realizzare un sogno: ricevere la telefonata di mia figlia che mi chiede il segreto della mia parmigiana.
E’ morto il mio piccolo criceto, dopo due anni e mezzo di corse sulla ruota rosa, di sacche piene di cibo, di cagatine e di corse su per i tubi colorati della gabbia. Al mattino, appena sentiva i miei passi, si affacciava col suo bel musetto bicolore e mi mandava i bacini. No, veramente ero io a mandarglieli ma lui –ne sono certa!- li aspettava. L’ho trovato letteralmente stecchito, ma erano giorni che era stanco, che non correva più e la veterinaria aveva sentenziato che era vecchio e che, purtroppo, nemmeno per i criceti esiste la pillola dell’eternità.
Oggi pomeriggio c’è stata l’operazione del seppellimento, al fianco di un bel pino, avvolto nella sua tenera ed amata ovatta. Niente scatola per il mio cricetino: l’ho lasciato libero di andarsene da sottoterra. Nella mia mente penso che, magari, resuscita, si innamora di una talpa e se ne va via, insieme a lei. Una scatola lo avrebbe ammazzato per sempre.
Ho pianto, perché se non piangi per il tuo caro cricetino allora –vaffanculo!- non sai piangere nemmeno per le cose più grandi e, credimi, non è il contrario.
Ora c’è il suo spazio vuoto sul mobile del soggiorno e non so proprio come riempirlo. Credo che lo lascerò vuoto per sempre, perché le sostituzioni, a me, non sono mai piaciute.
Caro operatore Fastweb,
se potessi io ti porterei, nella lontana Milano, un bel mazzo di margheritine di campo anche se i campi con le margheritine, qui, non ci sono da qualche mese ma per te –giuro!- me ne costruirei uno in casa e lo farei fiorire in onore del router del quale, fino a stasera, non conoscevo l’esistenza, né il significato.
Per una sessantina di minuti m’hai indicato la strada con solerzia e gentilezza, nonostante io non ci capissi una beata cippalippa. I tuoi “ clicchi qua, clicchi là, mouse destro a sinistra e mouse sinistro a destra, vada su proprietà, maneggi l’avanzate, start, esegui, inserisca la chiave, cavolo che casino, riavvii il computer, riproviamo” facevano a gara con i miei “Un attiiiimooooo, non corra! Non ci capisco niente. Uffffffff, che palleeee. Sto sudando, basta, ora chiudo tutto, m’arrendo, se cade la linea l’ ammazzo” , insegnandomi che la pazienza è la virtù del fastweb-operator.
Sarei potuta morire lì, al telefono, e sono certa che m’avresti rianimata infilandoti tra i fili del modem per rifocillarmi con tanti Data Source Name sulla boccuccia mia.
A un certo punto –sai?- un senso di svenimento m’è venuto: ho sentito una vampata pre-perdita dei sensi quando è caduta la linea, dopo 45 minuti di smanettamenti. Nel panico totale, con una tachicardia parossistica, ho richiamato pensando d’averti perso per sempre e di doverti sostituire con uno sconosciuto e, invece, m’hai risposto tu. Ancora tu. Ma non dovevamo sentirci più?
Che emozione! Mi sono sciolta come una noce di burro sul termosifone. Eh! Romanticamente già ti immaginavo lontano e irraggiungibile, al contrario eri pronto a ricominciare da dove avevamo smesso.
Nessuno, mai, caro operatore Fastweb, ha mai ricominciato da dove aveva terminato, con me. Tu, coraggioso e incosciente sì. Mi sono sentita protagonista di una telenovelas a 2 puntate e quando m’hai detto “Proviamo!” , ho cliccato su connetti e il computer s’è connesso, mi si è scaldato il cuore per poi congelarsi un decimo di secondo dopo, perché era il momento dell’addio.
T’ho detto addio con un grazie e buon lavoro e sono rimasta seduta sulla mia sediolina di vimini, svuotata e rinsecchita nel cuore, come un gambero spolpato, un topo al quale hanno fatto la ceretta, un polpo con i tentacoli legati a doppio nodo. Insomma mi sentivo una merda, ecco!
Addio operatore Fastweb, ti lancio virtualmente i fiorellini dalla mia finestrella del router augurandomi tu possa acchiapparli e prendertene cura come hai fatto col mio pc.
Il nostro amore era proprio lì,
Oggi c’ho quella malinconia che non mi permette di guardare fuori dalla finestra e sorridere.
Ho gli involtini a cucinare e mi sento come se io fossi il loro spago che bolle insieme al sugo, attaccata alla loro carne. Così, tra un senso di comicità e di tristezza. Sì, così, ascoltando Tears and rain. E’ colpa del ricordo di mio fratello: mi sembra ieri e lo vorrei qui oggi, con tutti i suoi stramaledetti difetti, con quella sua arroganza che odiavo ma che oggi amerei e non baratterei. Invece, qui, non c’è. Il suo nome lo sussurro solo nella mia mente, con un filo di pudore, affinché nessuna eco vada a disturbarlo là, dov’egli sta. Mi manca, pur avendolo disprezzato. Mi manca, senz’amore. Mi manca con quel pizzico di rancore che non se ne andrà mai. Mi manca, tra una chitarra solo strimpellata e uno spartito dimenticato in un cassetto. Non importa come mi manchi, ma è basilare che mi manchi:è questa la sua grande vittoria su di me. Ha vinto sulle mie riserve, sui miei sentimenti, spesso intransigenti, sul mio bisogno di chiarire, sul risentimento dell’abbandono, sulle mie scelte di lontananza. Ha vinto mentre gli involtini si cucinano a fuoco lento.
Molti dicono che il silenzio sia rumoroso. Non ho mai capito quest’affermazione. Mai. Così, presa da questo concetto, per me insolito, ho voluto fare una prova: ho chiuso porte, finestre, tapparelle, ho spento radio, tv, cellulare, luci e mi sono seppellita nella mia stanza, sdraiata sul divanetto a occhi chiusi. E silenzio fu.
No, il silenzio non è rumoroso: non v’è sfumatura di rumore, nel silenzio. Non s’ode nemmeno lo strusciare dell’ovatta nell’aria e il mio respiro, ben trattenuto e rallentato, non s’adagiava affatto, come qualcuno dice, tra le spanne del silenzio. Forse, solo per un attimo, ho sentito borbottare il mio stomaco dalla fame ma se non fossi stata là, ai piedi del silenziare del momento, nulla avrebbe interrotto la quiete dei rumori.
Nel silenzio, però, i miei pensieri volano, vanno via, prendono indipendenza, violentano la mia mente che vorrebbe controllarli anche lì, in quella stanza buia e quieta. Essi scappano nel passato, ritornano nel presente e proseguono nel futuro: viaggiano nel tempo, senza alcun problema, senza bisogno di nulla se non del silenzio. Prendono potere, un potere sordo, verso il quale io non posso niente.
Solo un rumore deciso potrebbe salvarmi. Sì, solo un rumore. Urlo, allora. Urlo per spezzare il silenzio, batto i piedi contro i braccioli del divano e i pensieri se ne vanno via, ritornano là, da dove sono giunti.
Il silenzio non è rumoroso, ma necessita di rumori per non perdere il controllo su di sé.
Compro un mazzo di fiori, una tutina bellissima per bebè e mi appresto ad andare a trovare la mia amica, appena diventata mamma. Trovo parcheggio dopo 5 giri e qualche “machecazzo!”, mi incammino nel corridoio, salgo le scale e busso alla porta.
Tutti a far festa alla nuova vita che s’è affacciata al mondo; tutti a far gli auguri alla mamma felice. Pure io. Le faccio una carezza e le sorrido. Poi lei mi dice: “Guarda che bello il mio bimbo, guarda quanto è bello Giuliano!” e, con un colpo di mano, s’avvinghia al bordo di una piccola culla ed ecco che, dalla folla del parentado, arriva il nascituro avvolto in una tutina azzurra, più azzurra del mare.
Lo guardo e penso a quanto assomigli a una pera. Sì, ha la testa a pera e, così, nel mio cinismo incomincio a cantarmi, silenziosamente, una canzoncina che fa: “Giuliano c’ha la testa a pera –era-era-era-e-r-a, lallarallallà.”. Mi ricompongo, pensando a quanto una mamma voglia sentirsi dire di quanto sia bello il proprio figlio e le dico “Oh, quanto è grosso! Un tesoro di bimbo!”. A dire “bello” non ce l’ho fatta proprio come non riuscii a dirlo a mia figlia, appena nata.
A parte questa parentesi: benvenuto Giuliano in quest’Italia democraticamente mafiosa.
Nell’attimo in cui mi è stato detto che non posso permettermi una gravidanza –almeno nei prossimi 2 anni- mi sono visualizzata come un grande utero e m’è venuto un grande desiderio di pancione, uno di quei desideri che nascono da una negazione rigorosa e senza via di scampo e,per i quali, sei disposta anche a rischiare il tutto per tutto. In definitiva è proprio vero: si desidera ciò che non si può avere e ciò che non si desiderava finché si poteva avere.
Mi sento reclutata in una battaglia che non m’aspettavo di dover combattere e non so da che parte incominciare, se non con un calendario mentale che scandisca velocemente i due anni e con uno zaino di pazienza che non credo di avere. Sento le pallottole sfiorarmi la testa ma io non ho scudi, non ho armi per potermi difendere. Mi trovo in balia dell’impotenza e di quell’ingiustizia che non sembrava essere tale fino a pochissimo tempo fa.
Avendo, però, deciso di combattere questa imposizione, sono decisa a sfidare la sorte e, quindi, nel caso dovessi trovare un inseminante sulla mia strada , me ne sbatterò dei due anni, delle regole e della battaglia, perché se non puoi, vuoi!
Sono alle dipendenze della commozione e non ricevo compenso. In parole spicce mi commuovo gratuitamente o la commozione mi sfrutta e non posso che imbarazzarmi, essendo io una pudica. Mi sorprende sempre come una bambina capricciosa che si nasconde dietro qualche muro e, poi, al buio mi fa cucùsettete. La commozione mi denuda e mi lascio denudare, senza possibilità di fuga: basta il primo delicato cenno e io ne rimango catturata, ma non ci sono reti, non ci sono catene, non ci sono corde. Essa mi cattura con tepore come fa “One” degli U2, lasciandomi in piena libertà.
Poi, però, stanca di lacrimare emozioni malinconiche mi getto vorace su Teriyaki Boyz , m’ascolto “The Fast and the Furios” e mi ritorna, nella pancia, quella vivace emozione di sottile cinismo che mi parla e mi dà della cogliona. Mi strappo via (sì, me le strappo come cotone o iuta) le scarpe, mi libero delle vesti inutili e incomincio a giocare col ritmo. Oh che ritmo. Un ritmo che mi fa sentire primitiva e rude, con movenze anarchiche.
Padrona e un po’ gelida calpesto la commozione sotto la pianta dei piedi, cantando stonata per tramortirla di vocalizzi osceni. Titillo le regole della mia infanzia e ne faccio un bel pacchetto regalo per i fiati del prossimo che sta fuori dalla mia porta a guardare. Guardone di merda, quel prossimo, eh!
Della vita non ci sto capendo più niente, ecco la verità. Nessuno ci può capire niente, diamine! Hahaha la vita non è da capire è da vivere. Così si mormora tra i saggi sazi di retorica. Non sono saggia, non sono filosofa, non sono credente e mi avvalgo della facoltà di non essere. Almeno per oggi. Magari anche per domani e dopodomani. Non mi voglio commuovere. Non mi voglio commuovere. Non mi voglio commuovere.
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