Stamattina sono andata alla asl. Volevo cambiare medico. Mi sono avvicinata al nostromo sanitario e gli ho detto che ne volevo un altro. “Quale?” mi ha chiesto.
Un veterinario. Voglio un veterinario. Il dottor P.
Il commesso di scartoffie mi ha guardata male, come per dire “Uè stronza, non ho tempo da perdere!”. Nemmeno io, pirla! Voglio un veterinario che mi visiti, voglio un veterinario che mi accolga nella sua fortezza di disinfettante, che mi faccia “pucci pucci mao mao”, che mi carezzi sulla testolina o sotto il mento. Il mio dottore non fa nulla di tutto questo e nemmeno gli altri, lo so. Lo so per certo, sono andata da loro, me li sono fatti(?!) uno dietro l’altro per vedere come m’avrebbero ospitata nel loro bunker della sofferenza. Freddi come un peto congelato, ruvidi come una scorza di kiwi.
Voglio un veterinario, caro nostromo! Tiramelo fuori da quelle pagine di carta igienica legalizzata o ti faccio fuori con un cazzotto sul gozzo.
Voglio il dottor P. sul mio libretto sanitario.
Hai sentito di Karina Cascella? Hai visto come si è sentita male? Cavolo, sembrava morisse da un momento all’altro, in preda a convulsioni, rigidità diffusa, svenimenti. Mi sono impressionata lì per lì. Pensavo che avesse chissà che. Poi ho sentito parlare di attacchi di panico e non ci ho visto più, mi sono impressionata da paura, visto che anche io ne da un bel po’. Ma come? -ho pensato- il mio dottore mi ha sempre detto una cosa basilare: non si perdono i sensi e la Cascella non solo è svenuta, ma per poco non ci lasciava le penne, tanto era diventata rigida, semi paralizzata. Vuoi vedere che il medico che mi segue mi ha detto tante stronzate? L’ho chiamato, gli ho spiegato e mi ha confermato: non si sviene con un attacco di panico. Anche perché poi –diciamolo!- noi appanicati abbiamo paura proprio di perdere i sensi, quindi vedere Karina Cascella perdere i sensi può essere devastante.
Mi dispiace tanto per lei, però “La talpa” non deve far passare il messaggio che le sue crisi siano degli attacchi di panico, primo perché una persona che già soffre di DAP e vede scene del genere, come minimo si gioca tutti i miglioramenti che ha avuto fino a quel momento, secondo quello non era un attacco di panico, terzo se si insiste a parlare di panico è un atto di terrorismo psicologico contro noi sofferenti di DAP.
E se proprio si vuole rimanere nell’ambito psicologico, che si parli di crisi isteriche e non di attacchi di panico, visto che sono due cose totalmente diverse. Chi soffre di attacchi di panico non ha l’energia nevrotica di Karina. Proprio no. A naso direi che l’isteria sta alla Cascella come la ciliegina sta sulla torta.
Uptade: ho trovato in rete il video del presunto attacco di panico. Si vede malaccio ma si capisce. Non è un attacco di panico! Non voglio più sentire la parola PANICO abbinata a questo evento. Che la trasmissione si inventi altre terminologie.
Mi sono accorta che sto cambiando e che sto conoscendo l’arte della falsità. Sì, perché è proprio un’arte, una filosofia e, per riuscire a farla propria, ci vuole grande forza di autocontrollo e di calcolo a distanza, per non fare venire qualche colica biliare a chi, come me, era abituata ad essere schietta. In questo periodo mi sono resa conto – e me ne dovevo rendere conto molto prima!- che la schiettezza, il dire le cose come si sentono, pane al pane e vino al vino, non insegna nulla ai falsi. Ho capito, in definitiva, che non si può parlare in arabo a un inglese o in italiano a un cinese e così via. Bisogna parlare o tentare di parlare con la stessa lingua di chi ti è di fronte.
Perciò, in questo periodo, sono stata in una scuola di falsità dove ti insegnano vere e proprie tecniche di recitazione, perché essere falsi significa recitare, semplicemente.
Prima lezione: cadenza vocale, ovvero avere un tono di voce dolce e affettuoso verso la persona che ti sta sulle palle, mentre pensi le peggio cose. Praticamente si insegna la capacità di pensare una cosa e dirne un’altra.
Seconda lezione: espressività. Bisogna imparare a dare la giusta mimica facciale alle parole; bisogna “trasudare” affettuosità a ogni piccolo e insignificante gesto. In pratica bisogna dire “Ciao cara” pensando “Ciao stronza” lasciando trasparire un’espressione che confermi il “Ciao cara”.
Terza lezione: l’autocontrollo. Questa è decisamente la lezione più difficile e più lunga. Per chi ha sempre parlato chiaro e ha deciso di darsi alla falsità non è facile riuscire a configurare mente-parola-espressione sottomettendo la propria “aggressività”.
Quarta lezione: dire di no dicendo sì, ovvero trovare sempre una bella scusa. A questa lezione stavo per mollare, giuro! Però, poi, ho ripensato all’obiettivo per il quale mi sono iscritta a questo corso e, così, ho stretto i denti e sono andata avanti. Alla fine sono riuscita a darmi un’aria di naturale falsa, sfondando la porta che volevo varcare.
Quinta lezione: disintossicarsi dalle lezioni 1,2,3,4. Questa lezione l’ho inventata io, perché essere false per qualche occasione va bene, ma dopo, almeno per quanto mi riguarda, si rischia una gastrite violentissima, perché non basta un corso per essere falsi: bisogna nascerci. Tutto dipende dal d.n.a. In compenso faccio tesoro di tutto il corso, tirandolo fuori quando mi conviene e sembra mi convenga abbastanza spesso, uh!
Ho voglia di capire sempre tutto, ma non ne ho per capire me stessa, eppure non sono per nulla complicata. Anzi, sono talmente semplice e sempliciotta che, per i miei problemucci psicologici, mi basterebbe un prete al posto di uno psicologo. Però, a me, i preti non piacciono: hanno il pene e non mi sta bene. Dovrebbero evirarsi al voto, senza tante storie: una sciabolata e via, magari con un’anestesia locale, affinché non si dica, poi, che una tale castrazione sia di origine sadico-masochista. [So che certe cose non si dovrebbero dire, né pensare, ma io ne faccio una questione di sprincipio, nel senso che non ho voglia di fare discorsi con un inizio e una fine. Voglio discorrere sconclusionatamente, tanto per fare e lo voglio fare senza principi et affini.]
Dicevo: mi basterebbe un prete ma, ahimé, mi ritrovo uno psicologo col rolex e con un nokia ultra-mega-raffinato che dovrebbe spiegarmi come affrontare l’attacco di panico. Ma uno così, uno che ha il portafoglio pieno di euro (ma qualcuno potrebbe ribattermi che è pieno di profilattici), figlio di un padre palesemente ricco cosa può spiegarmi, se non quanto sia problematico scegliere tra una Range Rover sport o una Peugeot 4007? Invece, il riccone-figlio-di-papà, me lo spiega bene, troppo bene, talmente bene che non mi chiedo più se, anche lui, abbia un pene non evirato, bensì mi domando se, come me, abbia sofferto di attacchi di panico mostruosi.
Ora, però, m’ha presa una strana sonnolenza: è colpa del caldo che spara a salve sulla mia finestra, lanciandomi sassolini di gomma dentro gli occhi che s’arrossano come un peperoncino campano. Oh, mi farei due penne all’arrabbiata con un’ abbondante spruzzata d’aglio, tanto non devo pomiciare, stasera, né ho da conversare bocca a bocca con alcuno. Mi vorrei dare all’uncinetto, ma non ho uncini o ami per potermi dilettare. Potrei –che so?- inverdire i miei pensieri con qualche buona lettura ma, guardandomi allo specchio, mi rendo conto che ho un centinaio di doppie punte da eliminare e non ho forbici da sgranchire.
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